“Fitto mistero sul delitto nella villa in Brianza. La donna massacrata conosceva l’assassino”
Così titolava il Corriere d’Informazione (doppia edizione pomeridiana del Corriere della sera). Il protagonista del romanzo di Michele Brambilla “Non è successo niente di grave” è un cronista alla prime armi che viene mandato a Besate Brianza a coprire la notizia della morte della dottoressa del paese, Caterina Besozzi, 34 anni, trovata uccisa in casa sua, con in mano la settimana enigmistica. A scoprire il cadavere è il fratello, che era atteso a cena dalla vittima. La tragedia, avvenuta tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 1980, sconvolge la placida e ricca Brianza.
Sul femminicidio (oggi lo chiameremmo così) indagano malvolentieri il maresciallo dei carabinieri Vicinanza, prossimo alla pensione, e il pubblico ministero Forestieri, uomo molto duro e riservato che non sopporta lo stuolo di cronisti che lo pressa a caccia di notizie. Ma sarà anche grazie alla loro perseveranza che verranno alla luce gli altarini dei più influenti cittadini maschi del paese, tutti potenziali indagati. Cercando l’assassino della integerrima dottoressa, medico di famiglia da poco trasferitosi in paese e stimata da tutti, che ha avuto una sola sfortunata storia d’amore, saltano fuori amanti clandestini, segreti che tutti conoscono ma di cui nessuno parla, fino a che la vicenda, come ogni giallo che si rispetti, arriva alla conclusione con la scoperta del colpevole (ovviamente... insospettabile).
Michele Brambilla, attualmente direttore de de «Il Secolo XIX» è uno di quei giornalisti che le scarpe le hanno consumate davvero, nei suoi esordi da cronista al Corriere di informazione. E la ricostruzione del giornalismo nell'Italia degli anni '80 è protagonista in parallelo con l’inchiesta, mescolando i ricordi personali con fatti realmente accaduti (il delitto che racconta è una storia vera che all’epoca fece molto scalpore) e personaggi reali come Beppe Cremagnani, che lavorava per l’Unità e che gli fece da mentore.
Era un personaggio eccezionale che io conobbi il primo giorno in cui compivo esattamente vent'anni e mi trovai a seguire, totalmente inesperto, un sequestro di persona con morte dell’ostaggio in Brianza. E questo Beppe Cremagnani che aveva 28 anni, a me ovviamente sembrava un vecchio, mi aiutò molto, diventammo amici e con lui seguii un delitto in Brianza nel quale ci imbattemmo in questa popolazione di un paese che viveva nella paura che indagando su un delitto si scoprissero anche i loro altarini.
Erano gli anni '80: si scriveva con la macchina per scrivere, si mandavano i pezzi in tipografia con dei bussolotti attraverso la posta pneumatica, c'erano le cabine del telefono o i telefoni a gettoni dei bar per dettare i pezzi; non c’erano i cellulari, internet non esisteva e per le redazioni dei quotidiani la prima fonte di informazione era la radio sintonizzata sulle frequenze delle forze dell’ordine, che fingevano di non sapere. In tv c’era solo un’edizione del telegiornale, quella della sera e così avevano grande seguito i quotidiani del pomeriggio, come il Corriere d’informazione, che usciva due volte al giorno e che dava grande spazio alla cronaca con titoli fatti apposta per catturare l’attenzione di chi tornando a casa dal lavoro passava davanti alle (numerose all'epoca!) edicole.
E così il romanzo di Brambilla racconta anche un Italia che non c'è più e dà spazio all’ambiente, alle persone, alle debolezze umane e ai sentimenti che ruotano intorno al delitto, in uno stile che ricorda i romanzi di Piero Chiara, Fruttero & Lucentini, Simenon, autori che hanno raccontato la società, andando oltre il mero delitto.
Un approccio, se vogliamo, più antico rispetto ai thriller che vanno oggi per la maggiore, ma anche più autentico. E questo è certamente uno dei meriti di questo noir tra cronaca e memoria.